toro tigrato
(Altra fotografia, della"vacca tigrata"su"multimedia" a sinistra della pagina. la vacca tigrata è un bovino a mantello denominato tigrato.
La biodiversità nel Medio-Campidano Cavallini della Giara, bovini striati, galline antiche.
Dott. Mario Cancedda, Dott. Giuseppe Cancedda
Uno dei significati del termine diversità è quello di molteplicità, contrapposto a monotonia. Parlare di biodiversita’ significa proprio riferirsi agli aspetti di varietà che caratterizzano la vita sulla Terra, riferirsi cioè alla pluralità di forme viventi e di funzioni svolte.
La diversità a livello di specie corrisponde alla numerosità in specie presenti in una data regione. Può quindi essere intesa anche come ricchezza di specie e come numero complessivo di specie presenti. La specie è un’unità naturale, ma non è uniforme né dal punto di vista genetico né da quello ecologico: le specie si formano, si modificano, vengono sostituite, si estinguono e questi processi sono alla base dell’evoluzione biologica. La diversità biologica, quindi, è in stretta connessione col patrimonio genetico delle popolazioni e rappresenta una risorsa scaturita dalla selezione naturale e selezione operata dall’uomo nel corso del tempo.
Lo studio della biodiversità, quindi, deve rivolgersi ai caratteri processuali della specie: non solo il riconoscimento, ma anche la registrazione delle variazioni delle specie.
La Sardegna, come tutte le isole, presenta una ricchezza di specie inferiore rispetto aree continentali, per le maggiori difficoltà che gli organismi hanno nel raggiungerla e colonizzarla, d’altra parte si sono evoluti degli ecotipi caratteristici, fortemente legati al territorio. Restringendo il campo agli organismi animali, la Sardegna possiede una fauna domestica e selvatica, oltre ad animali inselvatichiti da tempi immemorabili, che la rendono del tutto peculiare nel panorama italiano e mediterraneo.
Il Medio-Campidano accoglie un patrimonio biologico molto antico, dove convivono diversità biologiche che rischiano di estinguersi e che pertanto meritano attenzione per il loro recupero.
Le realtà più interessanti sono rappresentate dai cavallini della Giara, i bovini con il mantello striato
e le galline “antiche”.
I cavallini della Giara
Tra le popolazioni equine della Sardegna una delle più conosciute è il “Cavallino della Giara” che vive oggi in condizioni di semilibertà sull’omonimo altopiano.
L’origine di questa popolazione non è nota, esistono tracce archeologiche di cavalli in epoca paleolitica (Lilliu G. 1949), ma se è esistita una popolazione equina veramente selvatica è probabile che questa si sia estinta in epoca prenuragica. Infatti, i reperti di epoca nuragica riconducibili direttamente o indirettamente ad attività equestre sono così rari da suggerire come molto improbabile l’esistenza dei cavalli sull’isola (Manunta G. et al 1974). I primi cavalli di cui si abbiano notizie storiche certe sono quelli che combatterono in Sardegna con le armate Cartaginese e Romana, durante la seconda Guerra Punica. In ogni epoca si hanno testimonianze sui cavallini ed il loro allevamento non subì significative modificazioni sino al 1330 quando, a causa delle ribellioni dei sassaresi, dei Doria e dei giudici d’Arborea decadde, fino a riprendere più fiorente che mai nel 1400-1500 con la loro esportazione, sia per la loro bellezza morfologica, che per i prodotti che potevano fornire : cuoio, crini , carne. Eleonora d’Arborea promulgò numerose leggi che disciplinavano la proprietà, la marchiatura, il commercio dei cavallini e questo ne mostra indiscutibilmente la loro importanza .
Molti scrittori che visitarono la Sardegna descrissero i tipici cavallini indigeni, stupendosi delle loro piccole dimensioni e del loro carattere indomito e diffidente, ma apprezzandone la forza, la resistenza e il fascino di animali che vivono allo strato brado, in uno splendido habitat naturale, fra paludi, sugherete e piante tipiche della macchia mediterranea. La taglia ridotta che ne fa una caratteristica particolare e unica nel panorama dei cavalli che vivono selvatici, è un aspetto della biodiversità che si è potuta sviluppare grazie all’isolamento che i cavallini hanno potuto vivere per secoli sull’altopiano della Giara , e all’insularità della Sardegna. Sull’altopiano i cavallini sono diventati gli ospiti privilegiati e si sono selezionati con incroci fra consanguinei, che ne hanno rafforzato le loro caratteristiche di razza.
Dal punto di vista etologico i cavallini vivono in gruppi costituiti da circa 10-15 elementi guidati da uno stallone dominante, le femmine fattrici e i puledrini .
Da sempre i cavallini della Giara sono stati usati per la sella, ma soprattutto per la trebbiatura .
Per questa singolare pratica solo le cavalle venivano catturate e ferrate all’inizio dell’estate, venivano poi portate di aia in aia in tutti i paesi del Campidano. Le cavalle lavoravano per l’intera stagione e poi venivano rilasciate sulla Giara. La trebbiatura è stata perpetrata fino alla seconda metà del ‘900, allorché la progressiva meccanizzazione dell’agricoltura ha reso l’impiego dei cavalli inutile. La cessata richiesta di soggetti per la trebbiatura ha portato i proprietari dei cavalli a valutare un possibile sbocco a loro allevamento.
Tanti cavalli furono utilizzati per l’alimentazione umana, così diminuirono rapidamente da 650 capi rilevati nel 1950 a circa 230 nel 1961. Ai cavallini della Giara cominciarono a interessarsi studiosi locali e stranieri, che con pubblicazioni scientifiche, articoli sui quotidiani e filmati e contribuirono a creare nell’opinione pubblica, negli Enti locali e nella Regione la necessità di salvaguardare e proteggere i cavallini .
I cavallini della Giara costituiscono una popolazione che, ancora oggi possiede la capacità di adattamento a condizioni ambientali diverse e non ottimali, perciò rappresentano una “riserva” genetica preziosa per le scelte selettive future.
In contrasto le razze domestiche più diffuse, ad alta specializzazione, hanno perso, per effetto della selezione, tali potenzialità. Poiché l’Equus caballus è una specie completamente estinta a livello selvatico, la difesa della sua variabilità genetica deve passare necessariamente attraverso la conservazione della variabilità residua contenuta nelle razze domestiche, nel complesso, un tempo, piuttosto alta. E’ infatti opinione ampiamente condivisa a livello internazionale dagli studiosi del settore, che il cavallo domestico derivi da numerosi centri di domesticazione e da diverse popolazioni selvatiche (Guthrie R.D. et al 2003; Jansen T. et al 2002; Vilà C. et al 2001).
Pertanto le caratteristiche genetiche e l'origine dei cavallini della Giara meritano un'opera di indagine e di salvaguardia.
Alla luce delle moderne conoscenze di genetica di popolazione, nella presente indagine, si è voluto radunare, riorganizzare e riesaminare, il materiale prodotto in 20 anni di ricerca sulla razza “Cavallino della Giara”. (M. C. Cozzi; M. G. Strillacci; P.Valiati; B.Bighignoli; M. Cancedda;M. Zanotti ).
Le campionature pervenute nel corso di questi vent’anni sono state analizzate con differenti metodologie, per poter valutare il polimorfismo genetico dei marcatori classici (gruppi sanguigni e polimorfismi elettroforetici proteici), dei marcatori microsatelliti del DNA e del tratto ipervariabile (D-loop) del DNA mitocondriale. Le analisi condotte in questi vent’anni, confermano il discreto polimorfismo dei marcatori genetici nel Cavallino della Giara. La popolazione infatti, presenta una struttura genetica particolare, caratterizzata dalla presenza anche di alleli rari, assenti nelle più comuni razze italiane e dalla fissazione allelica in loci normalmente polimorfici (Ceriotti G. et al 1997; Valiati P. et al 1998). Il confronto fra i dati del 1987 e quelli del 1996, sembra escludere l’introduzione di materiale genetico estraneo alla popolazione.
Dal punto di vista filogenetico il Cavallino della Giara si differenzia inequivocabilmente dal Cavallo del Sarcidano, mentre risultano di difficile spiegazione la vicinanza genetica riscontrata con altre popolazioni differenti sia per le origini storiche sia per l’aspetto fenotipico.
Il ridotto numero degli aplotipi del mtDNA e la stretta correlazione di 4 dei 6 aplotipi, rappresenta una caratteristica peculiare della razza e suggeriscono la possibilità che l’attuale Cavallino della Giara derivi da una popolazione molto antica passata attraverso molteplici colli di bottiglia.
Questi dati suggeriscono la necessità di un approfondimento dell’indagine filogenetica per chiarire la genesi di questa particolare popolazione sarda e di un periodico monitoraggio, per valutare e prevenire sia l’aumento della consanguineità con conseguente perdita di variabilità genetica, sia l’introduzione di materiale genetico estraneo con conseguente perdita delle caratteristiche proprie della razza.
Bovini striati
Il ritrovamento di un fossile, costituito dalla punta di un corno osseo di un bovino nel Miocene do Nureci (OR), sul versante nord dell’Altopiano della Giara, testimonia la presenza dei bovini in Sardegna fino a 5-6 milioni di anni fa. In Spagna nella grotta di Cogul è rappresentato un bovino con delle tipiche striature che ricorda l’aspetto dei nostri bovini sardi striati. In Sardegna i bovini sono effigiati nelle preistoriche sepolture delle “domus de Janas”, ma soprattutto sono riprodotti nel 8°- 7 ° secolo a. C.in una varietà di forme e di razze bovine nei bronzetti nella civiltà nuragica. Nei secoli successivi l’allevamento bovino ha avuto un grande sviluppo nelle varie attitudini produttive carne e latte e in particolare come animale motore nei traffici commerciali e particolarmente nei lavori agricoli.
Per un lunghissimo periodo i bovini hanno accompagnato l’attività agricola dell’uomo in Sardegna.
Aggiogati per trainare aratri, carri da trasporto e da diporto in concorrenza con gli equini e infine soppiantati in tali lavori agli inizi del 1950 dalla meccanizzazione agricola.
Fra le razze rustiche della Sardegna, ha destato interessi di studio la razza-popolazione definita “striata” per l’aspetto “fenotipico , caratterizzato da striature, distribuite su tutta la superficie corporea . Nella maggior parte dell’isola, questa mantellazione viene indicata con il nome di “pettiatza” di derivazione da “pertia” o “pettia” (bastone, pertica,verga) rassomigliando dette strisce a colpi di pertica. Sono stati individuati circa 300 soggetti, individuati in 3 aree principali :
1) Intorno al Monte Arci : 24 soggetti . La caratteristica peculiare di questo gruppo di animali è quella di avere una mantellazione di base rossa, con striature nere diffuse in tutto il corpo, somaticamente sviluppati, raggiungendo un’altezza al garrese di 125 cm e un peso di circa 450 kg nei maschi, con corna brachicere robuste ad andamento semicircolare.
2) Nel Gerrei : 20 soggetti . Questi avevano un’età di oltre 6 anni, suddivisi in 4 allevamenti.
Il mantello di base è grigio o giallastro (fromentino) con vergature nere, le dimensioni somatiche sono più ridotte rispetto alle precedenti raggiungendo circa 115 cm al garrese e un peso di 350 kg nelle femmine, 120-125 cm e 500 kg nei maschi, l’ambiente montano è difficile.
3) Nella Sardegna centro-orientale 206 soggetti . 156 di questi , distribuiti in 35 allevamenti erano presenti nel territorio di Urzulei (OG), quasi una presenza simbolica in ogni allevamento. Le striature nere insistono generalmente su fondo grigio. Le corna sono prevalentemente brachicere.
I soggetti di questa area hanno un ridotto sviluppo somatico : l’altezza è dell’ordine di 105-110 cm e di kg 250 nelle femmine, 120 centimetri e 400-450 kg nei maschi.
Nello stesso distretto erano presenti altri 50 soggetti, con le caratteristiche di cui sopra.
Le caratteristiche morfologiche di questa razza-popolazione sono costituite dal mantello che presenta “striature” o “tigrature” (perché ricordano le strisce di una tigre).
Queste decorrono in senso dorso-ventrale ad una distanza variabile, si infittiscono sulle spalle, sulla regione costo-addominale, sui fianchi, sulle natiche, diventano più rade sugli arti ed in genere sono assenti sulle part mediali degli arti.
Si riconoscono 4 tipi fondamentali di colore di fondo : grigio chiaro, bruno, rosso e giallastro (rosso fromentino). Hanno fronte larga, faccia breve, profilo rettilineo, collo proporzionato, garrese poco rilevato, profilo dorso-lombare rettilineo, avvallato negli animali adulti (anche 20 anni).
La coda è attaccata alta, lunga, con fiocco poco voluminoso, essa presenta come la maggior parte delle razze bovine rustiche caratteristiche zebuine con grande sviluppo della plica cutanea ombelicale ed un'ampia giogaia. La mammella ben conformata con produzioni adeguate all’allevamento della vitellanza, alcuni allevatori usano mungere 1,5 – 2 litri di latte per la trasformazione in formaggio per 1-2 mesi nel periodo dell’allattamento.
Alla luce delle attuali conoscenze maturate da questa fase iniziale di studio s’impone la necessità di valorizzare e salvaguardare tale popolazione autoctona per ragioni etiche ed estetiche, storiche, scientifiche, socio-culturali e zootecniche in quanto depositaria di caratteri fondamentali (capacità di adattamento, rusticità, longevità, resistenza alle avversità climatico-ambientali e alle patologie, elevata fertilità) spesso persi in razze specializzate. Questa razza può essere mantenuta in allevamenti estensivi bradi, per l'utilizzazione di aree marginali, povere e/o difficili.
La valorizzazione di tale razza potrebbe realizzarsi mediante l’applicazione di ulteriori studi che si avvalgano dell’impiego di nuove tecniche analitiche per studi genetici sul polimorfismo dei gruppi sanguigni, di alcune proteine del sangue, del latte, del DNA e dei micro satelliti.
Sarebbe infatti auspicabile conoscere le distanze genetiche fra le popolazioni bovine, il livello di eterozigosi, la consanguineità e l'indice di arcaicità
Cenni sulle galline antiche
Il consumo di carne avicola ha avuto un notevole incremento negli ultimi50 anni in seguito alla traformazione degli allevamenti familiari di pollame in allevamenti di ibridi commerciali selezionati a rapido accrescimento. Oggi la situazione non è rosea e il rischio di perdere un patrimonio genetico importante è concreto. Il valore di queste razze non va misurato in termini produttivi, perché il confronto con quelle utilizzate negli allevamenti intensivi non è proponibile sotto l’aspetto produttivo. Nell’epoca della globalizzazione si auspica un maggiore interesse verso quelle popolazioni animali perfettamente integrate con il loro territorio, in possesso di un giusto equilibrio fra esigenze nutrizionali e produzione, veri serbatoi di variabilità genetica, che un giorno potrebbero rivelarsi indispensabili anche nei confronti di tipologie di produzioni animali più intensive.
Occorre in primo luogo conoscere la distribuzione e la consistenza nel territorio, rilevando caratteristiche morfologiche come la forma della cresta, la presenza dei bargigli, il colore della pelle e del piumaggio, il peso, i caratteri produttivi, le dimensioni delle uova, ed il loro colore, la qualità organolettica della carne in relazione all’alimentazione estensiva.
In secondo luogo sostenere iniziative come mostre e mercati che portino a promuovere alcune razze come animali ornamentali.
I bovini tigrati
I bovini tigrati sono dei rari bovini di razza sarda, caratterizzati da un mantello con striature verticali nero-marrone che assomigliano a quello di una tigre.
(ALTRA FOTOGRAFIA BOVINO TIGRATO SU MULTIMEDIA)
